Ogni anno Davos fa parlare di sรฉ. Piรน delle frasi ad effetto e dello show dei politici, perรฒ, conta il segnale che manda. E questโanno il segnale รจ chiaro: molte certezze economiche degli ultimi trentโanni stanno scricchiolando.
Al World Economic Forum (WEF) non si รจ discusso solo di crescita e tecnologia. Il punto vero รจ stato un altro: la globalizzazione non รจ piรน un dogma. Nel suo intervento, il segretario al commercio statunitense Howard Lutnick lโha definita senza giri di parole una โpolitica fallitaโ. Non per nostalgia, ma, a suo modo di vedere, per i risultati. Delocalizzazioni spinte, catene del valore lunghe e fragili, dipendenze strategiche emerse con brutalitร durante la pandemia e, ultime in ordine di tempo, con le crisi geopolitiche. A detta sua, lโefficienza ha vinto sulla resilienza, e il conto รจ arrivato.
Il messaggio รจ stato chiaro e condivisibile: non tutto puรฒ essere lasciato al mercato globale. Farmaci, semiconduttori, energia, industria di base non sono merci qualunque. Sono settori strategici dello Stato e della sovranitร economica, intesa come capacitร concreta di reggere gli shock. Anche sulla transizione verde europea i dubbi restano. Puntare alle โemissioni zeroโ senza una strategia industriale comune rischia di spostare la dipendenza verso la Cina. Cambia il fornitore, non il problema.
Accanto a queste discussioni di fondo, Davos ha messo in scena uno dei suoi rituali piรน abituali. Quasi quattrocento milionari e miliardari di ventiquattro paesi hanno chiesto pubblicamente di essere tassati di piรน. Lโappello denuncia la crescita della ricchezza e il suo impatto su disuguaglianze e democrazia. Si parla di influenza politica comprata, di potere concentrato, di distanze sociali che si allargano.
Qui sta lโambiguitร . La tassazione non รจ un atto simbolico nรฉ una scelta personale. ร una decisione politica, collettiva. Chiederla a Davos funziona come propaganda ben confezionata, meno come soluzione reale. Se il problema รจ davvero la concentrazione estrema della ricchezza, chi lo desidera puรฒ giร devolvere risorse allo Stato, senza attendere riforme fiscali globali. Gli appelli fanno rumore, ma non aiutano le finanze pubbliche.
Infine, non possiamo tralasciare il ritorno della geopolitica nuda e cruda. Lโidea che si possa โcomprareโ la Groenlandia per ragioni di difesa nazionale ha un sapore antico. Ricorda un mondo che pensavamo superato, quello dei blocchi e delle sfere dโinfluenza. E invece eccolo qui. La Guerra Fredda non ha piรน gli stessi attori, ma lโillusione di un ordine globale pacifico รจ definitivamente finito.
Davos non offre risposte preconfezionate. Perรฒ mette a nudo le tensioni. La questione resta aperta: come tenere insieme apertura e protezione, mercato e decisione politica, crescita e coesione sociale. Far finta che il problema non esista non funziona piรน.
Da L’Osservatore, 24.01.2026

























































